La periferia romana di Casalotti è al centro di un’indagine che ha ormai più profili: la ricerca del presunto responsabile, la scoperta di una lettera minatoria inviata un anno fa in Bangladesh e le molte segnalazioni arrivate alle forze dell’ordine in Italia. In quell’appartamentino, venerdì sera, tre persone sono state uccise; l’unico sopravvissuto è ricoverato in condizioni serie al Policlinico Gemelli.
La vicenda non è limitata solo al territorio italiano: un documento anonimo recapitato a Companiganj, in Bangladesh, lo scorso luglio e denunciato alle autorità locali, contiene richieste di denaro e gioielli d’oro accompagnate dalla minaccia «l’uccisione dei membri della sua famiglia». Quel messaggio ora rappresenta un elemento che gli investigatori tengono in considerazione nell’indagine.
La scena del crimine, il superstite e le reazioni del quartiere
Nel luogo in cui è avvenuta la strage sono stati trovati tre cadaveri; l’unico sopravvissuto, il figlio ventenne, è stato operato per una frattura cranica e rimane in prognosi riservata al Policlinico Gemelli. Le indagini hanno già disposto l’autopsia sui corpi: le operazioni verranno effettuate presso la sezione di Medicina legale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sotto la direzione del professor Antonio Oliva.
Il quartiere e la comunità bengalese hanno reagito con sgomento e iniziative di vicinanza: per ricordare le vittime è stata organizzata una fiaccolata in piazza Ormea con lo slogan «Cammineremo insieme», e si sono moltiplicate raccolte fondi per sostenere l’unico superstite e per le esequie.
Chi era presente e chi ha soccorso
Testimoni e residenti descrivono scene di enorme violenza e la prontezza di passanti che hanno prestato soccorso. Le autorità sanitarie e la polizia hanno confermato il ricovero del giovane e l’intervento chirurgico subito, mentre le procedure per le autopsie sono state avviate per chiarire dinamica e responsabilità.
Indagini, sospetti e la missiva inviata in Bangladesh
La polizia ha indicato come sospetto un connazionale, il 43enne Shahadat Hossain al momento ricercato. Le forze dell’ordine hanno diffuso foto e generalità del presunto responsabile e hanno invitato chiunque avesse informazioni a «contattare l’utenza 3346903295». Nelle ore successive alla diffusione dell’identikit sono arrivate oltre quaranta segnalazioni, mentre complessivamente gli agenti hanno raccolto oltre 70 comunicazioni.
Tra le piste valutate dagli inquirenti figura anche «una possibile matrice passionale del delitto», ipotesi che sin dalle prime fasi è stata presa in considerazione. Nella comunità bengalese circolano versioni diverse: alcuni parlano di «una relazione» tra il sospetto e una delle vittime, mentre altri sostengono che «fosse ossessionato dalla donna» e che «l’avrebbe molestata più volte». Non mancano interpretazioni che suggeriscono il coinvolgimento di gruppi locali, ma nulla di tutto ciò è ancora stato definitivamente accertato.
La lettera di minacce come elemento investigativo
La missiva inviata al padre della famiglia a Companiganj specificava che, se non fossero state soddisfatte le richieste di oro e denaro, «avrebbero ucciso il figlio espatriato e avrebbero torturato le donne: moglie e figlia». Sirajul, il genitore che ricevette la lettera, la denunciò lo scorso luglio alle autorità locali: la comunicazione spinse la polizia a prendere misure di protezione per la famiglia, ma all’epoca non fu individuato l’autore del documento.
Gli investigatori stanno valutando se l’autore della missiva sia lo stesso individuo oggi ricercato o se altri soggetti abbiano avuto ruolo nella vicenda. La provenienza della lettera, il suo contenuto e le informazioni raccolte tra Italia e Bangladesh restano elementi chiave per ricostruire la catena di eventi che ha portato alla tragedia.
Nel frattempo, la Squadra Mobile di Roma mantiene i controlli sul territorio, con posti di blocco e verifiche sui contatti del sospetto, mentre la comunità locale organizza iniziative di solidarietà verso l’unico superstite e per commemorare le vittime, viste come una famiglia «da sempre esempio di integrazione e disponibilità».



