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Il dna sulla bottiglia incastra il presunto autore del furto dell’auto di Rita Dalla Chiesa

Un oggetto dimenticato nell'abitacolo e l'analisi incrociata di <strong>dna</strong>, telecamere e dati digitali hanno convinto il gip a disporre la custodia cautelare per il presunto responsabile del furto della Nissan Micra di Rita Dalla Chiesa

Il dna sulla bottiglia incastra il presunto autore del furto dell’auto di Rita Dalla Chiesa

Nella notte che va tra il 2 e il 3 maggio 2026 una Nissan Micra parcheggiata nel box di un comprensorio di Vigna Clara viene sottratta: protagonista della storia è la conduttrice e deputata Rita Dalla Chiesa, proprietaria di un’auto che lei stessa ha definito «tanto amata» e donata da Fabrizio Frizzi. Poche ore dopo il veicolo riappare però davanti al cancello dei garage, fatto che inizialmente sembra chiudere il caso con un finale inaspettato.

Dietro questa apparente riconsegna c’è però una complessa attività investigativa dei carabinieri che combina immagini di videosorveglianza, analisi forense e acquisizione di dati da dispositivi mobili. È grazie a una traccia trovata nell’abitacolo, e all’incrocio delle evidenze digitali, che gli inquirenti risalgono a un sospetto: un cittadino filippino di 41 anni, già noto alle forze dell’ordine, per il quale il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere.

La dinamica del furto e il ritorno dell’auto

Secondo la ricostruzione dei militari della stazione di Ponte Milvio, il ladro è entrato nel comprensorio di via Ronciglione manomettendo il cancello e raggiungendo i box nella notte tra il 2 e il 3 maggio 2026. La Nissan Micra era rimasta nel box fino a notte fonda, ma qualche ora dopo era scomparsa. Nello stesso contesto venivano smontati e sottratti anche quattro pneumatici da una Smart Fortwo parcheggiata nel box attiguo: sul posto sono stati repertati attrezzi che gli investigatori ritengono riconducibili all’azione del ladro.

La restituzione come elemento ambiguo

Due giorni dopo, il 5 maggio 2026, la Micra compare nuovamente davanti alla rampa dei garage. Un gesto che avrebbe potuto essere interpretato come un colpo di scena benefico, ma durante il sopralluogo i carabinieri repertano nell’abitacolo una bottiglia d’acqua apparentemente banale. Quel reperto diventerà il fulcro di un’analisi che trasformerà un enigma in una pista solida.

L’analisi forense e le prove digitali

Il reperimento della bottiglia consente al Ris di isolare un profilo maschile dal materiale biologico presente: un profilo genetico che, inizialmente, non trova corrispondenze nelle banche dati. Le videocamere della zona, pur avendo ripreso movimenti sospetti, non consentono una identificazione certa a causa della qualità limitata delle immagini. Per questo motivo il lavoro di laboratorio diventa decisivo, in attesa di un riscontro che però tarda ad arrivare.

L’importanza della bottiglia e dell’incrocio dei dati

La bottiglia d’acqua è l’esempio lampante di come un piccolo oggetto possa trasformarsi in una prova. Quando il dipartimento della pubblica sicurezza individua una corrispondenza il 29 agosto 2026, il profilo genetico viene attribuito a un cittadino filippino già noto agli investigatori. A rafforzare il quadro probatorio ci pensano poi i dati estratti da un telefono sequestrato in occasione di un precedente arresto: tra le immagini rinvenute ci sono fotografie di gruppi di pneumatici per Smart, dettaglio che collega il sospetto ai furti avvenuti nello stesso comprensorio.

Il provvedimento giudiziario e il profilo dell’indagato

A valle delle analisi biologiche, delle riprese e delle evidenze tratte dal dispositivo mobile, il gip Paola Petti dispone la custodia cautelare in carcere per il 41enne ritenendo concreto il pericolo di fuga. Il provvedimento, datato 30 aprile, sottolinea la pericolosità e la propensione alla recidiva dell’indagato, che in passato è stato raggiunto da misure per reati riguardanti droga, evasione dagli arresti domiciliari e reati connessi a veicoli rubati.

Al momento della notifica dell’ordinanza il sospetto si trovava già ristretto nel carcere di Regina Coeli per altri procedimenti. Gli atti indicano come la strategia investigativa abbia combinato indagini tradizionali e strumenti tecnologici per ricostruire una catena di responsabilità: dalle immagini delle telecamere all’analisi del materiale biologico, passando per le tracce digitali lasciate sui dispositivi.

La vicenda mette in evidenza come elementi apparentemente marginali possano trasformarsi in prove determinanti e come il lavoro congiunto tra reparti investigativi e laboratori forensi sia essenziale per chiudere indagini complesse. Per la proprietaria, la storia dell’auto — simbolo anche del legame con Fabrizio Frizzi — si è trasformata in un caso giudiziario che ora procede nelle sedi competenti.

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