Un intervento della Polizia di Stato ha portato all’esecuzione di un decreto di confisca sui beni riconducibili a tre persone legate a un clan Sinti attivo nella periferia nord-est di Roma e nella zona di Tivoli. L’azione giudiziaria segue un sequestro disposto in marzo 2026 e riguarda un patrimonio stimato in circa 1,8 milioni di euro, composto da immobili, autovetture di fascia alta, quote societarie e numerosi preziosi.
Le misure emesse dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma sono il risultato di indagini patrimoniali coordinate dalla procura e dalla questura, finalizzate a dimostrare la disproporzione tra redditi leciti e valore dei beni. Due degli indagati hanno inoltre ricevuto la misura personale della sorveglianza speciale di P.S. con obbligo di soggiorno nel comune di residenza: accorgimenti pensati per limitare la capacità di reiterare attività illecite.
Il sequestro e gli elementi patrimoniali
Il provvedimento ha colpito un complesso di beni mobili e immobili che comprende, tra l’altro, una villa con piscina a Tivoli, quattro immobili utilizzati a vario titolo, quote di due società e un’impresa operante nel commercio di veicoli e nella gestione di bar. Tra gli elementi di valore figurano undici autovetture di pregio, tra cui modelli di marca nota, e numerose polizze di pegno e orologi di lusso. L’insieme rappresenta un patrimonio che, secondo gli investigatori, non trova giustificazione nelle fonti di reddito dichiarate dai soggetti coinvolti.
I dettagli degli asset sottratti
Gli investigatori hanno ricostruito che le partecipazioni societarie erano utilizzate come vettori per il reinvestimento dei proventi illeciti, mentre la villa a Tivoli era impiegata anche come luogo per funzioni familiari. Le autovetture e gli orologi sono stati segnalati come strumenti di riciclaggio e di autoriciclaggio, spesso formalmente intestati a terze persone per occultarne la provenienza. La misura cautelare ha interessato anche patrimoni aziendali operanti in Roma, con attività nel settore dell’usato e della ristorazione.
Le attività illecite ricostruite dagli inquirenti
Secondo la ricostruzione della Divisione Anticrimine della Questura, il gruppo, identificato nelle famiglie note come Goman-Hrustic, avrebbe messo in atto un ventaglio di reati: furti e rapine in abitazioni su scala nazionale, falsificazione e fabbricazione di documenti, truffe ai danni di persone anziane e frodi mediante annunci online. Parte dell’attività criminosa comprendeva trasferte organizzate per commettere furti, seguite da procedure sistematiche di immissione sul mercato di beni di valore.
Un arco temporale di oltre vent’anni
Le indagini patrimoniali, integrate con la ricostruzione dei profili criminali individuali, hanno esaminato un periodo di circa vent’anni, documentando come i proventi illeciti venissero reinvestiti in imprese e beni di lusso. Questa attività di lungo corso ha permesso al gruppo di accumulare un pacchetto patrimoniale incompatibile con le dichiarazioni reddituali formali, elemento chiave per ottenere la misura ablativa ai sensi della normativa antimafia.
La struttura di occultamento: i prestanome
Un elemento ricorrente emerso dalle investigazioni è la presenza di una fitta rete di prestanome impiegata per intestare veicoli, utenze telefoniche e carte prepagate, al fine di rendere opaca la riconducibilità delle operazioni. Gli investigatori descrivono questo stratagemma come una prassi consolidata nel clan per schermare l’origine dei beni e proseguire l’attività illecita senza apparenti legami diretti con i reali beneficiari.
Provvedimenti giudiziari e quadro procedurale
Il decreto di confisca è stato emesso dopo un contraddittorio e rappresenta l’esito della fase di primo grado; il provvedimento non è quindi definitivo. Contestualmente, nei confronti di due degli indagati sono state adottate misure di prevenzione personali, mirate a contenere la libertà di movimento e la possibilità di reiterare comportamenti criminali. L’obiettivo dichiarato dall’autorità giudiziaria è sottrarre i beni al circuito illegale e restituirli alla collettività, secondo i principi della azione ablativa previsti dalla legge.
La vicenda conferma come la combinazione di investigazioni tradizionali e analisi patrimoniali possa tradursi in colpi significativi contro le strutture finanziarie delle organizzazioni criminali, riducendo la loro capacità di operare e di riciclare proventi illeciti attraverso canali apparentemente leciti.