Nel 2007, la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi si basò in parte sul presunto DNA della vittima rilevato sui pedali della bicicletta sequestrata. Recenti accertamenti della Procura di Pavia hanno però evidenziato che, subito dopo il risultato positivo, furono effettuate due ulteriori analisi che risultarono negative ma che non sono mai state riportate negli atti giudiziari.
Il risultato positivo del 19 settembre 2007
Il 19 settembre 2007 i tecnici del RIS di Parma effettuarono una purificazione del campione prelevato dai pedali, denominato “bu_p”, ottenendo una quantità di 2,78 nanogrammi di DNA. L’analisi mostrò una corrispondenza perfetta con il profilo genetico di Chiara Poggi, risultato definito “bellissimo” per la sua purezza e assenza di contaminazioni. Questo dato fu trasmesso rapidamente al comandante del RIS, il colonnello Luciano Garofano, e influenzò la decisione della Procura di Pavia di procedere al fermo di Stasi il 24 settembre.
Le due repliche negative del 20 settembre
Il giorno successivo, alle 17.33, il capitano Alberto Marino caricò nello stesso strumento di elettroforesi due nuove corse, entrambe risultate negative. I registri di macchina, successivamente recuperati come “raw data” nell’ambito di una perizia del 2025, confermano l’esistenza di questi due test, ma non vi è traccia di questi risultati nei fascicoli dell’indagine. Marino dichiara di aver ripetuto l’esame “per approfondire” senza ricordare dettagli specifici del risultato negativo.
Le testimonianze di Marino e Garofano
Interrogato dai magistrati di Pavia, Marino ha affermato di aver informato la sua gerarchia – in particolare Garofano – del risultato positivo del 19 settembre. Riconosce, però, di non ricordare con precisione il contenuto delle repliche negative, aggiungendo che potrebbe aver mostrato quei risultati anche ai consulenti dell’indagato, Fabbri e Avato. L’ex generale Garofano, a sua volta, sostiene di aver ricevuto comunicazione del risultato positivo e di aver visionato i “ferogrammi” dell’indagine, ma non ricorda specificamente le due analisi negative, attribuendo la mancanza di ricordo al gran numero di documenti esaminati.
Il ruolo dei consulenti dell’imputato
Secondo le dichiarazioni, i consulenti di Stasi avrebbero potuto accedere alle due corse negative, ma non vi è evidenza di una loro comunicazione alla Procura. Questa omissione, se confermata, avrebbe violato il principio del contraddittorio e potrebbe aver influito sulla decisione giudiziaria, che ha considerato il DNA sui pedali come prova decisiva.
Le indagini recenti e i dati grezzi
Nel novembre 2025 la Procura di Pavia ha richiesto i registri dei sequenziatori utilizzati dal RIS di Parma. L’analisi dei file, che non possono essere modificati, ha mostrato le due corse negative del 20 settembre, mai inserite nei rapporti ufficiali né comunicate ai pubblici ministeri. La difesa, rappresentata da Giada Bocellari e Antonio De Rensis, ha chiesto una revisione da parte di esperti genetisti (Ugo Ricci e Pasquale Linarello) per valutare possibili errori di registrazione o scambi di provette.
L’interrogatorio dei carabinieri coinvolti, tra cui Giorgio Portera e Alessandro Coli, ha confermato che nessuno di loro ha eseguito direttamente le repliche negative, ma hanno percepito “stranezza” nel contrapporre il risultato positivo con la mancanza di tracce di sangue sui pedali. Gli inquirenti concludono che la mancata segnalazione di questi esami costituisce una “omissione grave” che potrebbe aver falsato la ricostruzione dei fatti.
Se la prova negativa fosse stata trattata come elementare, il profilo genetico di Chiara Poggi sui pedali non avrebbe avuto il peso decisivo che ha avuto nella condanna di Stasi. La vicenda, ora riaperta, solleva interrogativi sulla trasparenza delle analisi forensi e sulla possibilità che un uomo abbia trascorso 16 anni di carcere per un reato di cui la scienza aveva già sollevato dubbi fondamentali.



