Il tema della prevenzione oncologica torna al centro del dibattito regionale dopo la pubblicazione di un report presentato alla Camera dei deputati. Il documento fotografa lo stato della partecipazione ai programmi di screening e mette in evidenza che, nel Lazio le quote di adesione sono tra le più ridotte del paese, con potenziali ricadute sulla capacità di intercettare tumori in fase precoce.
Il report si basa sui dati dell’Osservatorio nazionale screening aggiornati al 2026 e integra valutazioni critiche sul sistema sanitario. Tra le evidenze, emergono percentuali specifiche per le tre principali campagne di screening: mammella, cervice uterina e colon-retto. Questi numeri aiutano a capire dove si concentrano i deficit di partecipazione e quali aree richiedono attenzione.
Adesione per tipo di screening: i dati che emergono dal report
Per lo screening del tumore alla mammella nel Lazio l’adesione risulta pari al 43.6%. Questa percentuale colloca la regione tra le peggiori a livello nazionale: solo Calabria, Campania, Sicilia, Sardegna e Molise hanno valori inferiori, con la Calabria a 22.1% Campania a 33.5% Sicilia a 33.6% Sardegna a 41.6% e Molise a 42.5%. Questi numeri mostrano una variabilità territoriale marcata nella partecipazione alle campagne di screening.
Nel caso dello screening per il tumore della cervice uterina il Lazio registra una percentuale di adesione del 33.2%. Peggiori performance si osservano in Calabria (15.4%), Sicilia (26.1%), Campania (28.8%), Liguria (31.1%) e Molise (31.3%). Al contrario, regioni come il Friuli-Venezia Giulia e l’Umbria mostrano valori molto più elevati, rispettivamente con il 71.9% e il 65.4% delineando contrasti rilevanti tra territori.
Particolarità sullo screening del colon-retto
Il dato più preoccupante per il Lazio riguarda lo screening per il tumore del colon-retto con un’adesione ferma al 24.5%. In confronto, alcune regioni presentano percentuali ancora più basse, come la Calabria (5.2%) e la Sicilia (15.4%), mentre la Campania si colloca al 23.2%. Queste cifre segnalano una copertura insufficiente che può tradursi in diagnosi ritardate.
Cause identificate e impatto sulle diagnosi precoci
Il report attribuisce le differenze territoriali a fattori organizzativi, economici e informativi. In particolare, le ragioni principali includono problematiche di natura gestionale e organizzativa, disuguaglianze infrastrutturali ed economiche e livelli variabili di informazione, fiducia e consapevolezza tra le persone potenzialmente interessate agli screening. Questa combinazione di elementi contribuisce a spiegare perché la partecipazione non raggiunge livelli adeguati.
La Fondazione Gimbe citata nel documento, stima che nel 2026 la scarsa adesione alle attività di prevenzione secondaria abbia determinato la mancata individuazione di oltre 50 mila tumori in fase precoce su scala nazionale. Questo dato evidenzia come la bassa partecipazione non sia solo un indicatore statistico, ma abbia conseguenze concrete sulla capacità del sistema sanitario di intercettare e trattare precocemente le neoplasie.
Nell’ambito comunale e metropolitano, ulteriori approfondimenti mostrano che i tumori rimangono la seconda causa di decesso a Roma e nei suoi municipi, con alcune forme tumorali che presentano peggioramenti rispetto agli anni precedenti. Queste dinamiche locali rafforzano l’urgenza di comprendere e affrontare le cause della scarsa adesione.
Le analisi del report non si limitano a esporre numeri: delineano anche il quadro sistemico in cui tali numeri si determinano. Si parla di un Sistema sanitario nazionale segnato da sottofinanziamento, elemento che incide sulla capacità di gestire le campagne di screening in modo uniforme ed efficace su tutto il territorio nazionale.



