L’ingresso quotidiano a scuola, che dovrebbe rappresentare un ambiente protetto per imparare e crescere, si era trasformato per alcune ragazze in un momento di ansia. Le giovani, ancora minorenni all’epoca dei fatti, avrebbero subito atteggiamenti e parole di natura sessuale da parte di un docente in servizio presso il liceo classico Augusto di via Appia Nuova.
Dopo confronti tra le vittime e la preside dell’istituto, la vicenda è stata portata all’attenzione della Procura di Roma: il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio per il professore, ora in pensione, con l’accusa di molestie.
Le accuse e il contesto delle segnalazioni
Secondo gli atti depositati, a denunciare sono state in particolare tre studentesse che, confrontandosi tra loro, hanno deciso di informare la dirigente scolastica. Nei fascicoli dell’accusa, coordinata dal pubblico ministero Delio Spagnolo, si leggono descrizioni di commenti ripetuti e di comportamento inadeguato nei confronti delle alunne.
Nel capo d’imputazione si sostiene che, in luogo pubblico o aperto al pubblico e nell’esercizio delle sue funzioni, il docente avrebbe tenuto condotte «reiterate e abituali» di natura molesta. Nelle testimonianze ricorrono osservazioni riferite al corpo delle ragazze e frasi volte a ridurne il valore alla mera apparenza fisica.
Tipologie di comportamenti segnalati
Le studentesse hanno raccontato sia di commenti verbali sia di contatti fisici. Tra le frasi riportate agli inquirenti compaiono espressioni come «Che belle linee che hai» e «Non mi fare piedino», mentre tra i comportamenti contestati figurano carezze sulle braccia e mani appoggiate sui fianchi, presentate come abbracci non richiesti.
Queste condotte, secondo l’accusa, si configurerebbero come molestie poiché ripetute nel tempo e originate da una figura che deteneva un rapporto di autorità con le vittime.
Effetti sulle vittime e dinamiche in classe
Le ripercussioni emotive e pratiche sul gruppo di ragazze sono state descritte come significative: la scuola non era più percepita come uno spazio sicuro. Le alunne hanno raccontato di aver provato disagio durante le lezioni e di aver evitato contesti scolastici che prima frequentavano con tranquillità.
Secondo gli atti, il docente avrebbe messo in evidenza differenze tra alunne e alunni con commenti che favorivano un atteggiamento discriminatorio basato sull’aspetto fisico. In un caso, la disposizione dei banchi sarebbe stata modificata con motivazioni non didattiche, privilegiando «la più bella della classe vicino alla cattedra».
Il ruolo della preside e l’avvio delle indagini
Una volta ricevuta la segnalazione, la preside ha informato le autorità competenti: la vicenda è quindi entrata nel circuito giudiziario con la denuncia alle forze dell’ordine e l’apertura di un fascicolo penale. Le studentesse si sono costituite parte civile e sono assistite dall’avvocata Flavia Colavita.
L’azione amministrativa dell’istituto e la successiva attività investigativa hanno mirato a tutelare le alunne e a verificare la sussistenza delle condotte contestate, nel rispetto delle procedure previste per casi che riguardano minori.
Il quadro giuridico e le implicazioni
Nell’impostazione dell’accusa pesa il ruolo dell’insegnante come pubblico ufficiale e la circostanza che gli episodi si siano ripetuti nel tempo. Per la Procura, questo elemento aggravante orienta la contestazione verso una pluralità di atti che travalicano la dimensione di un singolo episodio.
Il processo che potrebbe aprirsi avrà il compito di accertare la fondatezza delle testimonianze e la rilevanza penale delle condotte, distinguendo tra commenti offensivi, body shaming e contatti fisici qualificabili come molestie.
Riflessioni e prevenzione nelle scuole
La vicenda solleva interrogativi sulle misure di prevenzione e formazione del personale scolastico: la scuola resta un ambiente che richiede regole chiare e strumenti di tutela per gli studenti. Formazione sul consenso, protocolli per la segnalazione e percorsi di supporto per le vittime sono elementi spesso evocati come risposte necessarie alla prevenzione di abusi.
In attesa della conclusione delle indagini, il caso rappresenta un richiamo alla responsabilità delle istituzioni educative nel garantire che gli spazi di apprendimento siano effettivamente sicuri per tutti gli studenti.