Il 23 settembre scorso, nella sede di Unindustria a Viterbo, la Prefettura ha organizzato una cerimonia solenne per consegnare la Medaglia d’onore a diversi cittadini che hanno subito la deportazione nei lager tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Tra gli insigniti, la memoria del Tenente Mario Ciaccio è stata ricordata con particolare attenzione, grazie anche al ritiro della decorazione da parte del nipote omonimo.
La manifestazione si inserisce nel più ampio contesto della Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi istituita dalla legge 13 gennaio 2025, n. 6, e celebrata ogni 20 settembre. L’evento di Viterbo ha così voluto sottolineare l’importanza della memoria collettiva, richiamando le parole del Prefetto Sergio Pomponio: «Facendo memoria del passato, facciamo memoria di noi stessi» e «la dignità umana è insopprimibile».
La cerimonia di Viterbo e il significato della medaglia
Il rito ha avuto luogo alla presenza di autorità locali, rappresentanti dell’esercito e dei familiari dei premiati. Il Prefetto di Viterbo, Sergio Pomponio ha evidenziato come il riconoscimento non sia solo un premio individuale, ma un tributo a un’intera generazione di Internati Militari Italiani (IMI) che scelsero il “no” alla collaborazione con il regime nazifascista, accettando il rischio della deportazione, della fame e del lavoro forzato.
Il discorso del Prefetto
Durante il suo intervento, il Prefetto ha rimarcato che il valore civico di tale memoria è fondamentale per impedire che le atrocità del passato si ripetano. Ha citato il motto che ha guidato molti di quegli uomini: la difesa della propria dignità e della libertà, anche a costo della propria vita.
Il percorso del Tenente Mario Ciaccio
Mario Ciaccio, nato a Palermo, serviva come ufficiale del 42° Reggimento Fanteria della Divisione “Modena”. Il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, le sue truppe furono circondate a Giannina, in Grecia, e costrette a disarmarsi dalle forze tedesche. Da quel momento iniziò una prigionia che sarebbe durata 628 giorni.
Dopo la cattura, Ciaccio fu trasportato in condizioni disumane su autocarri e poi su carri ferroviari merci, utilizzati anche per animali da allevamento. Il viaggio, della durata di circa cinque settimane, fu segnato da fame, sete e estrema privazione di igiene. Giunto in Germania, fu registrato nello Stalag IV B di Mühlberg e, successivamente, trasferito allo Stalag IV D di Torgau dove la sua condizione di prigioniero si sovrappose a quella di lavoratore forzato.
Il Tenente fu impiegato prima in imprese tedesche private e poi nell’area industriale di Schkopau uno dei più importanti poli chimici del Terzo Reich. Lì trascorse lunghi turni di lavoro estenuante, in ambienti pericolosi e sotto la costante minaccia di violenze fisiche. La sua esperienza rifletteva quella di migliaia di italiani costretti a operare in fabbriche di guerra, privati di qualsiasi dignità e libertà.
Il contesto degli Internati Militari Italiani
Dopo l’8 settembre 1943, circa 650.000 militari italiani furono catturati dalle forze tedesche. A ciascuno fu posta davanti una scelta drammatica: aderire alla Repubblica Sociale Italiana, collaborare con la Germania nazista o affrontare la prigionia. La stragrande maggioranza optò per il rifiuto, pagando con la deportazione nei lager, la fame, le malattie, le violenze e, per molti, la morte.
Questa decisione, pur avvenuta lontano dalla patria e senza alcuna certezza sul futuro, è ora riconosciuta come un atto di fedeltà, dignità e libertà. La legge del 13 gennaio 2025 ha voluto fissare nella memoria collettiva il sacrificio di questi uomini, celebrando ogni 20 settembre la loro resistenza silenziosa.
Il ritorno di Ciaccio in Italia avvenne nel 1945, dopo più di seicento giorni di prigionia e lavoro forzato. Come molti dei suoi compagni, visse poi anni di silenzio, custodendo un ricordo doloroso ma imprescindibile. La consegna della medaglia a Viterbo, con il nipote Mario Ciaccio a ritirarla, rappresenta ora un atto di riconoscimento pubblico, un segno tangibile che la loro sofferenza non è stata dimenticata.



