Il 24 settembre 2026 il Parlamento italiano ha raggiunto un punto di svolta: il Senato ha votato 81 a favore, 51 contrari e 7 astenuti sulla legge delega sul nucleare sostenibile. Con questo risultato, il Governo dispone di un anno per definire i dettagli normativi relativi a siti, autorizzazioni, sicurezza, gestione del combustibile, rifiuti radioattivi e smantellamento. Non è ancora chiaro quando – o se – l’energia nucleare tornerà a far parte del mix energetico nazionale, ma il veto popolare del passato è stato formalmente superato.
Dal boom degli anni ’60 al rifugio dopo Chernobyl
Negli anni Sessanta l’Italia si distingueva in Europa per la sua politica nucleare avanzata. Impianti come LatinaGariglianoTrino e Caorso rappresentavano una piccola ma potente flotta atomica; Latina, nel suo periodo di massima produzione, era la centrale più capace del continente. Il disastro di Chernobyl il 26 aprile 1986, però, ha cambiato radicalmente la percezione pubblica. L’anno successivo, nel 1987, gli italiani sono stati chiamati a un referendum su tre quesiti legati al nucleare: la cancellazione dei contributi locali, la revisione dei poteri di localizzazione e la limitazione della partecipazione di Enel a impianti all’estero. Con una partecipazione superiore al 65%, il risultato ha spinto il paese verso l’abbandono della produzione atomica, chiudendo definitivamente Latina, Trino e Caorso.
Il tentativo del 2011 e la nuova ondata legislativa
Quindici anni dopo, nel 2011, il governo guidato da Silvio Berlusconi aveva preparato una nuova cornice normativa per rilanciare il nucleare, ma la catastrofe di Fukushima ha riacceso i timori. Un nuovo referendum è stato indetto, questa volta con una domanda esplicita: abrogare le recenti norme che consentivano la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale. La risposta è stata schiacciante: il 54,79% degli aventi diritto e il 94,05% dei voti validi hanno scelto il sì, cancellando definitivamente la possibilità di nuove centrali.
La legge delega approvata nel 2026 si scontra quindi con due sentenze popolari che, secondo la Corte costituzionale, non possono essere ignorate in forma identica. Tuttavia, i giudici hanno precisato che cambiamenti sostanziali nel contesto politico, tecnologico ed energetico possono giustificare una revisione normativa, aprendo la porta a un possibile terzo referendum se la pressione sociale lo richiedesse.
Prospettive operative e ostacoli pratici
Dal punto di vista burocratico, l’iter è lungo e complesso. Il governo, guidato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin prevede che i primi progetti di costruzione possano vedere la luce tra il 2033 e il 2034, ma questa stima è basata su valutazioni prospettiche. Prima di arrivare a quel punto, saranno necessari decreti attuativi, autorizzazioni ambientali, accordi con i comuni ospitanti e una soluzione condivisa per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi che attualmente riposano in depositi temporanei in attesa di un sito nazionale definitivo.
Il ritorno dell’atomo è anche legato a fattori geopolitici: la guerra in Europa, le tensioni nello Stretto di Hormuz e la dipendenza da forniture energetiche provenienti da regimi autoritari hanno spinto il governo a presentare il nucleare come un’opzione di energia pulita, moderna e sicura. Gli oppositori, invece, sottolineano che le decisioni prese in passato devono ancora pesare sul dibattito e che la gestione delle scorie rimane il nodo più critico.
Il futuro del nucleare in Italia dipenderà da come verranno bilanciati gli interessi economici, le preoccupazioni ambientali e la volontà popolare, che potrebbe farsi sentire nuovamente alle urne.



