Il caso che riguarda Rexal Ford, noto anche come Charles Francis Kaufmann, resta al centro dell’attenzione per la sua complessità medico-legale. Dopo il trasferimento nel reparto di psichiatria dell’ospedale Santo Spirito, l’imputato non ha voluto assumere il farmaco indicato dai periti della Corte d’assise, un elemento che impedisce la ripresa del processo a suo carico per l’omicidio di Anastasia Trofimova e della figlia di 11 mesi, Andromeda, trovate morte il 7 giugno dello scorso anno a Villa Pamphilj. L’atteggiamento di rifiuto della terapia ha trasformato una misura sanitaria in una questione decisiva per l’iter giudiziario.
Nel reparto il 46enne californiano trascorre le giornate sotto sorveglianza, spesso nascosto sotto le coperte e scegliendo interazioni minimali. Pur avendo mostrato momenti di apparente tranquillità durante i colloqui iniziali con i medici, ogni volta che si parla del trattamento indicato la sua disponibilità si rompe. La diagnosi formulata dai periti, che parla di disturbo psicotico acuto e transitorio, prevederebbe una terapia di circa un mese per rendere nuovamente possibile la partecipazione al processo; ma senza l’assunzione del farmaco prescritto il percorso resta sospeso.
Il trasferimento e le resistenze
Il trasferimento al Servizio psichiatrico ospedaliero di diagnosi e cura (Spdc) è avvenuto dopo settimane di rifiuto da parte dell’imputato, che voleva rimanere nella sua cella di isolamento nel carcere di Regina Coeli, dove era detenuto da inizio marzo a seguito del trasferimento da Rebibbia. La Asl aveva individuato il posto in struttura e il 12 maggio gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno accompagnato in ospedale: Kaufmann non si è opposto al trasporto ma si è mostrato restio a seguire qualsiasi terapia. Già nel periodo a Rebibbia aveva declinato le cure prescritte, un elemento che pesa sulle valutazioni future.
Comportamento in reparto
All’interno del reparto il comportamento di Kaufmann è stato descritto come alternanza di calma apparente e chiusura. Sotto costante sorveglianza, il 46enne passa gran parte del tempo coperto, emergendo solo per brevi colloqui. Quando gli viene chiesto di assumere il medicinale indicato dai periti, però, si altera e diventa non collaborativo, rendendo difficile l’attuazione del piano terapeutico. Questa dinamica solleva interrogativi sulla reale possibilità di completare il ciclo di cura richiesto per la ripresa del procedimento penale.
Le valutazioni peritali e le obiezioni dell’accusa
I periti nominati dalla Corte, lo psichiatra Giovanni De Girolamo e la psicologa Sara Pezzuolo, hanno ipotizzato una condizione curabile con un mese di terapia, disponendo la sospensione del processo e il trasferimento in Spdc. Nell’ordinanza si indicava che a 30 giorni dal ricovero il responsabile della struttura doveva relazionare la Corte sull’andamento del piano terapeutico e che i periti avrebbero rivalutato l’imputato. L’accusa, rappresentata dai pm Giuseppe Cascini e Antonio Verdi, aveva però espresso riserve sul pericolo che il paziente possa utilizzare il rifiuto della cura come stratagemma per bloccare il procedimento.
Critiche di parte civile e periti difensivi
Le consulenze nominate dalle parti civili e dai loro difensori, tra cui la psicologa forense Roberta Bruzzone e lo psichiatra Alberto Caputo, contestano la lettura fatta dalla difesa dell’imputato. Secondo questi consulenti, Kaufmann sarebbe in grado di sostenere il processo e durante alcuni colloqui avrebbe attuato una vera e propria messa in scena, ovvero una strategia di simulazione finalizzata a ottenere la sospensione del procedimento. Il sostituto procuratore Verdi ha sottolineato che accogliere la perizia significherebbe «mettere le chiavi del processo nelle mani dell’imputato», una preoccupazione che riflette il dilemma tra tutela sanitaria e regole processuali.
Conseguenze pratiche e scenari futuri
Il mancato avvio della terapia rende sempre più probabile una sospensione prolungata del processo. A 15 giorni dal ricovero, l’assenza di somministrazione del farmaco fa pendere la bilancia verso la necessità di ulteriori osservazioni e possibili integrazioni peritali. La Corte dovrà valutare non solo la diagnosi iniziale ma anche la concreta applicabilità del piano terapeutico, tenendo conto delle valutazioni dei consulenti di parte e delle obiezioni dell’accusa. La decisione che seguirà avrà ripercussioni sul calendario processuale e sulle aspettative delle parti civili.
Possibili sviluppi
Se Kaufmann continuasse a rifiutare la cura, la sospensione del processo potrebbe protrarsi ben oltre il mese previsto, con nuovi accertamenti richiesti dalla Corte. Al contrario, l’eventuale avvio della terapia e la successiva valutazione medica potrebbero riaprire rapidamente il dibattimento. Intanto, familiari delle vittime, avvocati delle parti civili come il penalista Emilio Malaspina e i pubblici ministeri monitorano con attenzione ogni sviluppo, consapevoli che il destino del procedimento dipenderà dall’esito delle prossime relazioni mediche e dalle scelte dell’imputato.