Sigfrido Ranucci, volto storico di Report il programma d’inchiesta di Rai 3 potrebbe lasciare la conduzione dopo quasi dieci anni. La decisione, ancora non ufficiale, sarebbe stata presa dai vertici dell’azienda di Stato, che avrebbero già avviato le procedure per la sua sostituzione.
La notizia arriva in un momento delicato per il giornalista, segnato dall’attentato dinanzi alla sua abitazione a Torvaianica il 16 e dalle successive indagini che hanno portato all’arresto di quattro persone e di Valter Lavitola imprenditore ed ex editore dell’Avanti. La vicenda ha sollevato numerose domande e ha avuto ripercussioni sia all’interno della Rai che nel panorama politico italiano.
Le indagini e l’attentato a Torvaianica
L’attentato a Torvaianica, avvenuto la sera del 16 ha scosso l’opinione pubblica. Un ordigno rudimentale è stato fatto esplodere davanti alla villetta di Ranucci, danneggiando gravemente le automobili del giornalista e della figlia e il muro perimetrale dell’abitazione. Nessuno è rimasto ferito, ma la potenza della deflagrazione e il fatto che Ranucci fosse rientrato da poco hanno fatto immediatamente pensare a una pericolosa intimidazione legata alle inchieste di Report.
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Roma hanno portato all’arresto di quattro persone ritenute coinvolte nell’esecuzione materiale dell’attentato. Il Tribunale del Riesame ha successivamente confermato per tutti la custodia cautelare in carcere e l’aggravante del metodo mafioso. Successivamente è stato arrestato Valter Lavitola imprenditore ed ex editore dell’Avanti, legato a Ranucci da un rapporto di conoscenza e frequentazione.
La versione di Lavitola
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante di un’azione dimostrativa contro l’abitazione del giornalista. Ha però sostenuto di non avere commissionato una bomba, ma di aver chiesto che venissero sparati quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta, senza mettere in pericolo Ranucci o i suoi familiari. Secondo la sua versione, l’obiettivo sarebbe stato quello di favorire un ulteriore rafforzamento della protezione assegnata al conduttore alla luce delle minacce ricevute.
Una ricostruzione che non ha convinto il giudice per le indagini preliminari, che ha definito le dichiarazioni “fumose”, generiche e prive di riscontri concreti, respingendo la richiesta di arresti domiciliari e lasciando Lavitola in carcere. Nell’ordinanza cautelare il gip ha ipotizzato che l’attentato fosse stato commissionato per accrescere la popolarità di Ranucci e favorire eventuali progetti politici nei quali Lavitola sperava di ritagliarsi un ruolo.
Le verifiche interne della Rai
La vicenda giudiziaria ha avuto inevitabili ripercussioni all’interno della Rai. Il 10 luglio l’azienda aveva già sospeso cautelativamente le repliche estive di Report, precisando però che la nuova stagione sarebbe tornata regolarmente in onda a novembre. Ranucci aveva reagito duramente, parlando di una delegittimazione della propria persona e del lavoro svolto dall’intera redazione.
Successivamente, la Rai aveva attivato il Comitato etico aziendale per verificare se i rapporti emersi tra il conduttore e Lavitola, oltre all’eventuale ruolo di quest’ultimo come fonte, potessero avere inciso sulle inchieste della trasmissione e sulla fiducia dei cittadini nel servizio pubblico. Il 4 agosto Ranucci è stato ascoltato per circa cinque ore dalla Commissione per il Codice etico. Il giornalista avrebbe consegnato una vasta documentazione e indicato testimonianze per ricostruire la genesi delle inchieste sottoposte a verifica e dimostrare che Lavitola non ne sarebbe stato l’ispiratore.
A rendere ancora più teso il clima sono state alcune intercettazioni pubblicate dalla stampa, nelle quali Ranucci parlava della presenza di “un po’ di mafia” e “un po’ di massoneria” all’interno della Rai. Dichiarazioni che hanno provocato la reazione dei rappresentanti di Fratelli d’ItaliaForza Italia e Lega nella Commissione di Vigilanza.
Le pressioni politiche e la posizione del legale
Nei giorni scorsi, il vicepremier Matteo Salvini aveva sostenuto che, in attesa di fare piena chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola, Report avrebbe dovuto continuare senza il suo conduttore. Il legale di Ranucci, Roberto De Vita aveva replicato definendo il giornalista vittima tre volte: dell’attentato, del tradimento di una persona ritenuta amica e della successiva strumentalizzazione politica.
Secondo l’avvocato, un eventuale allontanamento dalla trasmissione rischierebbe di assumere il carattere di una decisione politica, nonostante la posizione giudiziaria di Ranucci sia quella di vittima inconsapevole. Il caso ha riaperto anche il confronto sul livello di protezione assegnato al giornalista. La presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo ha osservato che il potenziamento della scorta potrebbe non essere più necessario alla luce della nuova ricostruzione dell’attentato, pur ribadendo che nessuno pensa di eliminare completamente la protezione.
Ranucci ha replicato ricordando che una decisione sulla scorta non compete alla presidente della Commissione Antimafia, ma agli organismi preposti alla valutazione della sicurezza personale.
Il legame con Genzano e Rocca Massima ha aggiunto un ulteriore strato di complessità alla vicenda. Il 8 aprile 2026 il Consiglio comunale di Genzano di Roma ha conferito a Sigfrido Ranucci la cittadinanza onoraria, riconoscendone l’impegno nel giornalismo d’inchiesta e nella difesa del diritto dei cittadini a essere informati. Ranucci è inoltre profondamente legato a Rocca Massima, paese di origine della famiglia nel quale ha trascorso parte dell’infanzia. Anche il Comune lepino gli ha conferito la cittadinanza onoraria nell’agosto del 2026.
Proprio a Rocca Massima il giornalista si è “rifugiato” per alcuni giorni durante questa estate di tensioni. L’uomo che per anni ha messo nel mirino politici, imprenditori e centri di potere attraverso le inchieste di Report è finito questa volta egli stesso nel mirino di chi gli contesta rapporti opachi, commistioni tra vita privata e professionale e comportamenti inappropriati nei confronti di alcune donne conosciute nell’ambiente lavorativo.
Accuse ancora da dimostrare e respinte dal diretto interessato, che ha negato di avere avuto rapporti con stagiste e ha sostenuto che alcuni episodi narrati nel libro “La scelta” siano frutto di elaborazione romanzesca. Sulla vicenda sono però emerse anche testimonianze relative a presunte avances e alla possibile subordinazione di opportunità professionali a incontri privati.
Tra gli interventi più duri delle ultime ore c’è quello della senatrice di Fratelli d’Italia Elena Leonardi vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere. “I paladini della morale a senso unico, prima o poi, devono fare i conti con la realtà”, ha dichiarato Leonardi, secondo la quale le nuove denunce sui comportamenti attribuiti a Ranucci mostrerebbero “il volto peggiore di un certo giornalismo: quello che usa la clava dell’inchiesta contro gli avversari politici, ma che poi nel privato ricorre a logiche di potere e presunti ricatti di natura sessista”.
La senatrice ha richiamato in particolare le accuse secondo cui un possibile contratto di collaborazione in Rai sarebbe stato accompagnato dalla richiesta di cene private e dall’invio di messaggi o fotografie giudicati inopportuni. Circostanze che dovranno essere verificate e sulle quali Ranucci potrà fornire la propria versione.
Leonardi ha poi chiamato direttamente in causa il Partito Democratico e il mondo femminista, accusandoli di utilizzare due criteri differenti in base all’identità politica della persona coinvolta: “Dove sono gli appelli del Partito Democratico? Dove sono le piazze indignate per la difesa della dignità delle donne sui luoghi di lavoro? Evidentemente, per certa sinistra, il #MeToo vale solo se il presunto molestatore non è un megafono della loro propaganda”.
La parlamentare di Fratelli d’Italia ha quindi sollecitato un chiarimento da parte dei vertici di Viale Mazzini,
Il silenzio a sinistra non è stato però assoluto. Pina Picierno vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente del Partito Democratico ha chiesto pubblicamente di fare chiarezza, sostenendo che il sessismo non possa essere considerato meno grave quando proviene da una persona ritenuta appartenente alla parte politica “giusta”. Un intervento che, proprio perché proveniente dal centrosinistra, ha reso ancora più evidente l’assenza di prese di posizione da parte di molti altri esponenti politici che negli anni hanno difeso e celebrato Ranucci.
Sul fronte opposto, la redazione di Report ha continuato a fare quadrato intorno al conduttore, definendo le polemiche una “campagna di fango e sciacallaggio” finalizzata a comprimere l’indipendenza della trasmissione e a colpire uno dei pochi spazi di giornalismo investigativo presenti nel servizio pubblico. Lo stesso Ranucci ha parlato di “puro sciacallaggio”, rivendicando l’unità della redazione e sostenendo che nessuna inchiesta di Report sia stata condizionata da Valter Lavitola. Anche dal Movimento 5 Stelle è arrivata la denuncia di una “crociata” politica contro il programma, mentre esponenti del Partito Democratico hanno invitato ad attendere il lavoro della magistratura.
Sono due letture diametralmente opposte: da una parte chi ritiene che la vicenda abbia fatto cadere l’aura di intoccabilità costruita intorno al conduttore; dall’altra chi vede nelle accuse un regolamento di conti politico contro il giornalista e le sue inchieste.
Il garantismo impone di non trasformare accuse, testimonianze e passaggi controversi di un libro in sentenze. Ranucci non è indagato per l’attentato, del quale ad oggi resta la vittima, e le contestazioni relative ai rapporti con stagiste e colleghe non possono essere presentate come fatti già accertati. Ma il garantismo, per tanti, non può neppure diventare uno scudo contro qualsiasi domanda, quando per anni Report ha costruito la propria credibilità chiedendo agli altri di spiegare rapporti, frequentazioni, conflitti d’interesse e zone d’ombra.
Oggi, in definitiva, le stesse domande vengono rivolte al suo conduttore, perché difendere il giornalismo d’inchiesta, d’altronde, non rende intoccabile chi lo pratica, con la volontà di pretendere rigore, indipendenza e risposte da tutti, anche da chi per anni ha posto le domande agli altri, ed ora è a sua volta costretto a darne.



