La Festa del Cinema di Roma ha scelto come protagonista l’ultimo lavoro di Dario Zonta e Carlo Zoratti, un documentario che mette a nudo la figura di Lorenzo Cherubini, più noto come Jovanotti. Non si tratta di un tipico film concerto, ma di una ricerca cinematografica che scava sotto la superficie del personaggio pubblico per estrarre l’essenza di un uomo che ha attraversato sei decenni di vita artistica.
Fin dal primo fotogramma, la pellicola si apre con una sequenza che ricorda un diario visivo riprese raccolte in sei anni, mix tra Super-8 di famiglia, video amatoriali e materiale d’archivio delle teche Rai. Il risultato è un patchwork visivo che rende tangibile il tempo che scorre, senza ricorrere a narrazioni lineari o a didascalie esplicative.
Il documento nasce da una sfida di fiducia
Secondo le parole dello stesso Jovanotti, il regista gli ha consegnato le “chiavi di casa” e ha rinunciato a qualsiasi forma di controllo creativo. L’artista ha dichiarato di volersi vedere “come una giraffa nella savana”, lasciando che i registi li osservassero da lontano. Questo patto ha permesso a Zonta e Zoratti di avvicinarsi al cantautore con la delicatezza di un naturalista senza interrompere il suo quotidiano.
Il progetto, iniziato intorno al 2019, ha attraversato diverse fasi di produzione, dalla raccolta di testimonianze di amici e collaboratori fino alla registrazione di momenti estremamente privati, come le sedute di riabilitazione dopo l’incidente in bicicletta avvenuto a Santo Domingo nell’estate 2023.
Temi centrali: dolore, rinascita e la musica come terapia
Il cuore del film è l’incidente che ha lasciato Jovanotti con quattro centimetri di osso in meno nella gamba destra, richiedendo un intervento chirurgico delicatissimo. Le riprese in cui il cantante, ancora ferito, registra videogiournali con lo smartphone diventano testimonianze senza filtri di una sofferenza trasformata in estasi creativa. Queste immagini si intrecciano con le registrazioni di momenti più sereni, come le sessioni di composizione al fianco del guru musicale Rick Rubin.
Altre sequenze toccano ricordi d’infanzia, tra cui i filmati Super-8 del padre, che mostrano Lorenzo e i fratelli in giochi rumorosi, e il ricordo del fratello maggiore, pilota scomparso in un incidente aereo. Il regista segue il cantante in una visita al cimitero di una collina, dove le lapidi scandiscono una corsa contro il tempo che sembra primeggiare su ogni successo musicale.
Proiezioni, accoglienza e prospettive future
La prima proiezione è avvenuta dal 24 novembre al 2 dicembre 2026, in una programmazione speciale promossa da Plaion Pictures. Il pubblico, spesso abituato a vedere Jovanotti sul palco, ha avuto la possibilità di assistere a un ritratto umano che mette in discussione la leggenda e ne rivela le fragilità. Molti spettatori hanno riferito di essere rimasti “commossi e sorpresi”, descrivendo il film come una “finestra aperta sul cuore del cantautore”.
Il documentario ha inoltre acceso un dibattito sul ruolo dell’artista nella società contemporanea: fino a che punto è possibile (o desiderabile) condividere il proprio dolore con il pubblico? Jovanotti ha risposto con un semplice “ho fatto i conti con me stesso”, indicando che il film rappresenta un punto di svolta, un segnale di chiusura di un capitolo prima di affrontare i prossimi 60-plus anni di vita.
È un’opera che, attraverso un montaggio attento e una colonna sonora composta in parte dal cantautore, offre al pubblico un’esperienza emotiva completa, dove la musica, il dolore e la memoria si fondono in un’unica avventura umana.



