Il 6 ottobre 2026 il pubblico romano potrà immergersi nell’universo cromatico di Keith Haring dentro le sale storiche di Palazzo Braschi. La retrospettiva, che resterà aperta fino all’11, è stata curata da Kaoru YanaseIlaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi e rappresenta una delle più ricche raccolte di opere dell’artista mai presentate in Italia.
Più di 140 lavori – stampe, disegni, poster, sculture e gli iconici Subway Drawings – viaggiano dal New York degli anni ’80 a una Roma che, dal 1984, accoglieva già il suo segno. Il percorso espositivo mostra come la street art di Haring abbia attraversato confini geografici e culturali, rimanendo fedele al mantra che nei suoi diari ricava in nero: “Art is for everybody”.
Le origini della mostra: da New York a Palazzo Braschi
Nel 1978 Haring annotava che “il disegno vive di magia”; la sua prima espressione pubblica fu disegnare a gessetto sui pannelli della metropolitana di New York. Quei segni improvvisi divennero presto Subway Drawings veri e propri piccoli miracoli quotidiani. Nel 1984 l’artista si recò a Roma per una performance al Palazzo delle Esposizioni, dove realizzò un murale ancora oggi perduto, ma che gettò le basi per la serie di oggetti dipinti – tra cui spicca la Yamaha personalizzata, ancora in mostra nella sala d’ingresso.
Il ruolo della Nakamura Keith Haring Collection
Gran parte dei capolavori proviene dalla Nakamura Keith Haring Collection la più importante collezione al mondo dedicata a Haring. Grazie a questo prestito eccezionale, i visitatori potranno ammirare pezzi altrimenti inaccessibili: dalle prime stampe su carta alle opere più mature, compresa la serie Icons del 1990, che raccoglie figure come il Bambino Radiante, l’Angelo e l’Uomo Alato.
Il percorso espositivo: linguaggi, tecniche e impegno sociale
La mostra è divisa in undici sezioni tematiche. La prima ricostruisce le radici urbane: i Subway Drawings i pannelli spray del 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan, e le prime esperienze di graffiti su pareti pubbliche. Prosegue con la sezione Icons dove Haring crea un vero e proprio alfabeto visivo, leggibile da bambini e adulti. Un’area dedicata all’attivismo sociale raccoglie poster come Free South AfricaCrack Down! e Safe Sex! testimonianze della sua lotta contro razzismo, guerra e AIDS.
Un punto focale della retrospettiva è la collaborazione con lo scrittore William S. Burroughs che diede vita alle 22 litografie della serie Apocalypse. Queste opere, realizzate poco prima della morte dell’artista nel 1990, mostrano un Haring che guarda verso il caos apocalittico con uno stile ancora più incisivo.
Programmi, testimonianze e ruolo dei curatori
Durante l’anteprima, Kaoru Yanase ha chiesto al pubblico “perché Keith Haring oggi”, sottolineando la continuità dei suoi temi – anti-guerra, antirazzismo, diritti LGBTQ+, lotta contro la droga e la tecnologia – nel contesto contemporaneo. La curatrice ha aggiunto che l’artista, se fosse vivo, apprezzerebbe il dialogo tra street art e gli edifici storici di Roma.
Il museo ha organizzato un articolato programma didattico per scuole, laboratori creativi e visite guidate pensate per famiglie. L’obiettivo è trasmettere l’idea che l’arte è per tutti facendo parlare le forme semplici di Haring a una nuova generazione.
In chiusura, la mostra ricorda la convinzione di Haring: “Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti”. In Palazzo Braschi quella filosofia si trasforma in un percorso sensoriale che attraversa graffiti, sculture, litografie e performance, dimostrando che, più di quattro decenni dopo la sua scomparsa, il suo linguaggio universale non ha perso vigore.



